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Non mi arrendo
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Non mi arrendo è un movimento di idee e di persone: le idee sono fondamentali, ma se non vengono da persone credibili restano parole vuote. ‘E la credibilità, e non il nuovismo, a poter fare la differenza. Lo strumento principale di Non mi arrendo sarà il blog, un luogo che da virtuale diventa reale nel momento in cui mette insieme punti di vista, proposte, esperienze, competenze, in modo costruttivo.Sarà uno strumento che consentirà di occuparsi di politica, e in genere dell’attualità, anche a chi non ha soldi né pubblici né privati da spendere in sedi, trasferte, manifesti. Soprattutto, è uno strumento che non ha confini, ideologici o di colore politico.L’obiettivo è promuovere e contribuire alla diffusione di una cultura generale, sociale e politica in particolare, improntata principalmente all’etica pubblica, alla responsabilità, all’equità, alla trasparenza, all’apertura e alla partecipazione effettiva, richiamandosi ai principi e ai valori racchiusi nella Costituzione italiana. Il suo ambito di riferimento territoriale è sia nazionale sia locale. In una parola, “glocale”. Non mi arrendo non fa riferimento ad alcun partito politico, non intende sostituirsi ai partiti, e, anzi, contrasta ogni forma di antipolitica come dannosa alla vita democratica di un Paese.
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Il conferimento del Nobel per la Pace al Quartetto di Tunisi, rappresenta il suggello di un premio che la società civile tunisina, si è già meritatamente e <concretamente> autoassegnata, facendo bene il <proprio lavoro>ricostruire con tenacia e lungimiranza il dialogo tra partiti opposti, quando apparivano, ormai, incapaci di confrontarsi e di superare una grave crisi democratica.
Con questa scelta il Comitato del Nobel di Oslo ha deciso, coraggiosamente, di valorizzare l'azione di una società civile che nelle sue diverse componenti - 
sindacato, imprenditori, associazione di avvocati e lega per i diritti umani -  è stata capace di lottare unita per l'instaurazione della democrazia nel paese, nonostante la irriducibile resistenza della componente islamista e dei partiti conservatori.
E' la conferma di quanto la politica da sola non ce la possa fare, di quanto ci sia bisogno di una maggiore coesione sociale e di cittadini più responsabili, più partecipi, capaci di lottare insieme nel comune interesse.
E' quanto auspica anche Stéphane Hessel - (già autore di "Indignatevi") - nel suo libro "Impegnatevi!",  il quale sostiene, tra l'altro, che "Un uomo è un vero uomo soltanto quando è davvero impegnato e si sente responsabile".
Richiamo che dovrebbe valere anche per l'Italia, dove la società civile sembra ancora troppo disinteressata, se non apatica, rispetto alla politica, alla vita democratica attiva, alla difesa degli interessi collettivi.
Forse, ancora inconsapevole che, come ha dichiarato Ban Ki-moon, Segretario Generale dell’Onu, "la società civile è l’ossigeno della democrazia".

Verdini non è il mostro di Lochness, purtroppo. A differenza di quello, infatti, l’ex banchiere fiorentino si vede bene, anzi benissimo e continuamente. In barba alle gravi vicende giudiziarie che lo riguardano, Verdini appare ovunque, elegante e spavaldo. Ormai senza di lui non si decide niente in Parlamento: finchè c’è questo Senato, è lui a tenerlo in mano. E lo fa persino cantando: oltre al danno, la beffa. In primis per la minoranza Pd, che prima si è ricoperta di vergogna con il voto compatto sulla riforma costituzionale dei giorni scorsi e poi si vede deridere da uno che la politica la intende come un gioco a poker. La beffa è poi per il partito democratico tutto, che si ritrova a condividere le riforme per il Paese con uno che il Paese non lo rappresenta affatto. Ma soprattutto la beffa è per la democrazia: non solo la Costituzione viene cambiata sotto ricatto da parte del terzo governo non legittimato da voto popolare, malo è per mano di una maggioranza innaturale che non condivide alcuna visione comune per il Paese se non la convergenza forzata di interessi personali.  Banale dirlo, ma nessuna Costituzione può essere trattata così. Non in una democrazia. Qui non si tratta d essere conservatori o professoroni o gufi: la riforma costituzionale è una roba seria e richiede rispetto, non le prove muscolari che ci hanno annoiato in questi mesi. Ci sarà chi si vanterà dell’ennesima bandierina guadagnata con l’approvazione che appare ormai scontata della legge costituzionale, ma sarà lo stesso che ne porterà la responsabilità totale così come quella di aver camuffato Verdini in un riformatore.

Uno degli obiettivi principali dei programmi legati agli open data  è quello di aumentare la trasparenza. Fare open data è un modo per fornire ai cittadini una possibilità di conoscere  l'attività e i processi delle istituzioni pubbliche. Dati aperti possono anche migliorare la collaborazione tra cittadini ed enti e aumentare il livello di partecipazione civica.

Agenzie a tutti i livelli di governo stanno investendo in programmi di dati aperti, ma c'è poca ricerca sulla utilità di questi in termini di maggiore trasparenza, collaborazione, o partecipazione.

Inoltre, a livello statale e locale, la portata e la maturità delle politiche relative agli open data variano in modo sostanziale. Questo perché i diversi sistemi di governo hanno proprie realtà sociali e di politicy che guidano il modo in cui i dati vengono raccolti, conservati, e rilasciati. Pertanto la qualità delle informazioni fornite e dei metodi di diffusione non è omogenea. 

Tali differenze sono in grado di creare un divario tra il dato rilasciato e quello  in realtà utile ed utilizzabile. Questa irregolarità può portare a dati limitati, fuorvianti o incompleti dando vita ad un implementazione incoerente delle politiche sottostanti. 

 

Le turbolenze in corso in Ucraina hanno acceso nuovamente il dibattito sulla dipendenza energetica europea dalla Russia. Tutto questo non è nuovo ma si ripete periodicamente dal 2006,  quando si verificò la prima grave interruzione dell'approvvigionamento, dopo decenni di forniture stabili.

Bisognerebbe analizzare seriamente se il desiderio, più volte espresso, di allontanarsi dall'utilizzo di gas russo, possa concretamente realizzarsi, innanzitutto per contrastare eventuali picchi di prezzo. Sebbene sia interesse di tutti che il gas proveniente da est rimanga competitivo sui mercati europei.

Prendendo in considerazione le fonti alternative di approvvigionamento di cui si discute, come ad esempio un aumento delle importazioni attraverso il corridoio meridionale e l'aumento della produzione di gas di scisto, non vi è al momento alcun fatto che dimostri che si trasformeranno concretamente in un mix di approvvigionamenti nel prossimo futuro. 

È possibile che continui il balletto sui numeri, che un giorno ci siano i soldi per gli 80 euro e poi non ci siano più per gli scatti del pubblico impiego? Una volta non c’è bisogno di alcuna manovra correttiva e la volta dopo si prospetta una finanziaria “lacrime e sangue”.

Viene in mente una vignetta di Altan di alcuni anni fa, in cui i due personaggi parlano della finanziaria e uno dei due, tirando fuori di tasca il portafoglio, sbotta dicendo “Mi dica quant’è e facciamola finita”.

Il Governo — questo come qualsiasi altro al suo posto- non può fare miracoli e allora controlli bene di quante risorse finanziarie dispone: ci parli di queste e non di programmi mirabolanti e, in quanto tali, irrealizzabili nel breve e forse anche medio periodo.

Gli Italiani, infatti, non hanno bisogno di essere incoraggiati da mezze verità ma rassicurati da certezze. Dal premier si aspettano innanzitutto un’operazione verità sui conti dello Stato, dopodiché lui avrà ogni diritto di scegliere, politicamente, come gestirli: su questo verrà giudicato solo più avanti, al momento del voto.

Ora servono i numeri, non le parole.

Dati gli ultimi sviluppi della questione Ucraina c'è da domandarsi se Huntington nel suo saggio "Lo scontro delle civiltà" non ci avesse visto giusto.

Riassumendo la Russia avrebbe cercato in questi anni di creare "un blocco costituito da un nucleo centrale ortodosso... Mosca si aspetta che il mondo riconosca ed accetti questo sistema".

"La Russia sarebbe quindi una grande potenza con interessi regionali legati alla propria civiltà di appartenenza".

In questo scenario si inserisce l'Ucraina, per secoli sotto la sfera di influenza di Mosca ed attraversata da una linea di faglia tra civiltà (occidentale ed ortodossa). Ora mi domando dove potrebbe portarci tutto questo ed il tentativo di Mosca di costruire una Grande Russia? L'Occidente può riconoscere gli interessi Russi? E sopratutto come può farvi fronte L'Europa in assenza di una grand strategy comune? 

Sulle nomine europee Renzi ha vinto e questo è indubbio: Federica Mogherini è il nuovo ministro degli esteri europeo. Ma questa vittoria ha lo stesso sapore di quella sull’abolizione del Senato e sugli 80 euro: l’annuncio di un obiettivo viene seguito da una battaglia per portare a cassa il risultato senza fermarsi a spiegare — e forse a capire sino in fondo — il merito dell’obiettivo perseguito, che non sempre sembra sottostarvi. In altre parole, è stato fatto talmente poco e male dai Governi passati che qualsiasi forma di attivismo appare ora una dote strabiliante, se non miracolosa.

Tuttavia, solo a chi non vuol vedere potrebbe sfuggire che nei primi sei mesi del nuovo Governo la caparbietà nel vincere una battaglia ha preso il sopravvento sull’attenzione a fare la battaglia giusta. Il rischio è che si faccia fuoco e fiamme per qualcosa che non lo merita.

Questo vuol dire che Mogherini non va bene come Lady Pesc? Il punto non è lei, che è certamente una persona perbene e preparata, ma perché lei e non un’altra persona? Come, ad esempio, Enrico Letta, a cui l’esperienza per un incarico europeo non manca certamente, e di sicuro non ne ha meno di Mogherini.

Se, poi, il motivo fosse che Mogherini è più giovane di Letta e che, soprattutto, è donna, questo sarebbe un’offesa ai giovani e alle donne prima ancora che al merito.

Come non chiedersi, poi, perché un ministro in carica debba essere catapultato in un altro ruolo dopo soli 6 mesi? È forse l’unica persona competente in campo estero di cui dispone il Premier? E, comunque sia, è una mossa seria nei confronti di un’Amministrazione che in due anni ha già cambiato tre volte il proprio vertice?

In effetti, non è la prima volta che questo succede con Renzi: si pensi alle parlamentari italiane diventate dopo poco capoliste alle europee, o alla suggestione di proporre l’attuale ministro della difesa per la presidenza della repubblica. Che a palazzo Chigi siano a corto di personale da proporre sempre le stesse persone per caselle ogni volta diverse?

Difficile non ipotizzare che a far pendere l’ago della bilancio nella scelta del candidato italiano in Europa sia stata soprattutto l’opportunità di avere una casella libera nella compagine dei ministeri.

A partire dal 2006 con il recepimento della direttiva europea del 2003 il legislatore si è progressivamente allineato alle pratiche internazionali relativamente al riutilizzo delle public sector information (Psi).

Passo successivo, nel giugno 2013, l'adozione di una nuova direttiva che sancisce in modo trasparente l'obbligo per gli Stati di rendere riutilizzabile i dati pubblici salvo che l'accesso non sia limitato od esclusivo.

Nonostante ciò i singoli Stati continuano a mantenere il monopolio dei regimi di accesso. Il riuso è sostanzialmente possibile solo per quei dati già resi accessibili da parte degli enti pubblici.

Da ciò la necessità di focalizzarsi sulla disciplina di accesso all'informazione pubblica. Sebbene viga l'obbligo per le amministrazioni  di essere trasparenti, esso rischia di tradursi in una semplice affermazione di principi a meno che il diritto di accesso non venga garantito al di là di specifici interessi soggettivi. 


Stupisce il coro unanime dei commentatori che hanno bollato Forza Italia e 5 Stelle come i grandi sconfitti delle elezioni europee.

Che abbia vinto Renzi — e anzi stravinto — è evidente, ma da qui a parlare di flop degli altri ce ne corre.

Grillo è arrivato al 25% da zero, un anno fa, e se ora si è assestato al 21% vuol dire che ha consolidato il suo consenso. Dopo i non pochi inciampi del suo movimento — dal rifiuto di ogni mediazione e alleanza all’espulsione di diversi parlamentari e non — era realisticamente ipotizzabile un suo crollo, magari un dimezzamento dei voti. Del resto, se anche fosse sceso al 10% - meno della metà di quanto ha ottenuto a maggio — avrebbe potuto vantare un risultato per il quale Alfano e Casini insieme avrebbe fatto carte false, fermandosi, invece, a poco più del 4.

Se Grillo è stato additato, invece, come un flop è principalmente per colpa sua, per quel suo aver sbandierato la vittoria già in tasca, come un politico qualunque.

Ciò non toglie che il 21% dei 5 Stelle ha ancora più valore se si considera che non sono un partito, almeno non nel senso tradizionale del termine. E che fanno politica a budget ristrettissimi, al contrario di tutti gli altri in corsa per il Parlamento europeo.

Quanto a Silvio, non si sottovaluti che ha gareggiato con il peso di una condanna definitiva e dei tanti processi in corso, che avrebbero affossato allo zero virgola chiunque altro: si pensi, ad esempio, a quanto accaduto all’Idv. In più, Forza Italia non poteva non scontare la lacerazione del patto con Ncd e Lega.

Ciò non sminuisce, naturalmente, la portata della caduta elettorale di Berlusconi, ma non autorizza a decretarne la fine politica.


Fa un certa impressione sentire Serracchiani e Moretti dichiarare a proposito dell’arresto del Sindaco di Venezia che il Pd non c’entra. Saranno anche “nuove”, ma il loro linguaggio suona “vecchio” come quello dei rispettivi padrini politici.

Del resto, come altri giovani emergenti nel Pd, si sono riparate sino a ieri sotto l’ombrello dei vari Bersani, Franceschini, D’Alema o Veltroni, salvo poi, quando sono arrivate ai posti di comando, prenderne elegantemente le distanze per entrare nella cerchia del nuovo leader vincente.

Forse, Serracchiani si è dimenticata che deve la sua notorietà alla requisitoria lanciata, nel 2009, contro i vertici Democratici all’Assemblea dei circoli. Ora che al vertice c’è lei ci vorrebbe qualcuno a rammentarglielo.

Per non parlare poi di Picierno. O della Bonafè, che nell’ultima ospitata di Ballarò si è scagliata contro qualsiasi tentativo di critica da parte di ospiti e conduttore con un veemenza tale da far sbiadire quella delle “amazzoni” di Silvio: da Santanchè a Bernini a Ravetto.

Contiamo che deragliamenti come questi, nelle dirigenti del Pd, siano dovuti dall’ebbrezza da acquisito potere e fama, e restiamo fiduciosi che ritrovino presto la lucidità della coerenza.

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